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Disturbo da accumulo: affrontarlo con rispetto

di Alessandro Isola ·

Ci sono case in cui si cammina su un corridoio largo trenta centimetri, fra pile che arrivano al soffitto. Chi le abita non è una persona pigra né sporca. Nella grande maggioranza dei casi è una persona che soffre. Il disturbo da accumulo è una condizione clinica riconosciuta, e affrontarla come se fosse una questione di volontà è il modo più sicuro per fare danni.

Cosa lo distingue dal disordine

Il disordine è un accumulo di cose che non abbiamo tempo di sistemare. L’accumulo patologico è un’altra cosa. C’è una difficoltà reale a separarsi dagli oggetti, accompagnata da angoscia quando qualcuno propone di eliminarli. Gli oggetti non sono ingombro, sono protezione.

Il segnale più chiaro non riguarda la quantità, ma la perdita di funzione degli spazi. Il letto non si usa più per dormire, la cucina non si usa più per cucinare, il bagno diventa difficile da raggiungere. Quando una casa smette di funzionare come casa, non siamo più nel campo del disordine.

Perché lo sgombero d’urto non funziona

La tentazione dei familiari è sempre la stessa. Approfittare di un ricovero o di un’assenza e svuotare tutto in un giorno. Capisco l’esasperazione, ma quel tipo di intervento produce due effetti prevedibili.

Il primo è la rottura del rapporto di fiducia, perché la persona si sente derubata, non aiutata. Il secondo è la ricaduta rapida, perché senza un percorso gli spazi liberati tornano a riempirsi, a volte più in fretta di prima.

Svuotare una casa è un intervento tecnico. Aiutare una persona che accumula è un percorso, e il mio mestiere ne è solo un pezzo.

Come lavoro in queste situazioni

Il metodo cambia rispetto a uno sgombero ordinario. Le regole che mi sono dato sono poche e rigide.

  • Non entro contro la volontà di chi abita, se la persona è presente e capace di decidere. Anche quando a chiamarmi sono i figli.
  • Si comincia dagli spazi di sicurezza: vie di fuga, accesso al bagno, area del letto, zona cottura. Sono le priorità che quasi tutti accettano, perché riguardano l’incolumità e non il valore degli oggetti.
  • Si procede per zone piccole e concordate, una alla volta, con una pausa fra una e l’altra. Un armadio, non una stanza.
  • Si mostra prima di conferire. Ogni categoria di oggetti viene vista e approvata. Niente sparisce alle spalle della persona.
  • Si accetta di lasciare qualcosa. Se conservare tre scatole su venti permette di andare avanti, quelle tre scatole restano.

Il ruolo della famiglia

Ai familiari chiedo sempre due cose. La prima è di non usare il mio intervento come strumento di pressione, perché se arrivo insieme a un ultimatum ho già perso. La seconda è di non trattare gli oggetti come spazzatura davanti alla persona. Un commento come «ma è tutta roba da buttare» azzera in un istante il lavoro di ore.

Dove esiste già un supporto psicologico o un servizio sociale che segue la situazione, chiedo di potermi coordinare. Non sono un terapeuta e non fingo di esserlo. Sono la parte operativa di un percorso che qualcun altro sta accompagnando.

Quando la situazione riguarda un immobile ereditato

Diverso è il caso in cui la persona che accumulava non c’è più e gli eredi si trovano davanti una casa satura. Qui la delicatezza si sposta. Non c’è più una volontà da rispettare in tempo reale, ma c’è una vita da attraversare con decenza. Il rischio, in quelle case, è che fra gli strati emergano documenti, denaro contante, gioielli o ricordi importanti, mescolati a materiale privo di valore. Per questo il lavoro procede più lentamente e nulla viene conferito senza essere stato visto.

Le condizioni igieniche

Lo dico con franchezza. Alcune situazioni di accumulo comportano condizioni che richiedono competenze specifiche: infestazioni, materiale organico, rischio biologico. Non tutto rientra in uno sgombero ordinario, e quando serve una ditta di sanificazione specializzata lo dico invece di improvvisare.

Il punto

L’accumulo non è disordine ma una condizione che merita rispetto. Lo sgombero d’urto rompe la fiducia e non regge nel tempo, mentre funziona un percorso a zone piccole, che parte dagli spazi di sicurezza, mostra tutto prima di conferire e accetta di lasciare qualcosa. La parte operativa è la mia; quella clinica va affidata a chi ha gli strumenti giusti.


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